In occasione del Giorno della Memoria il Teatro della Cooperativa ripropone (in prima al Piccolo Teatro Grassi e poi al Cooperativa fino al 2 febbraio) I me ciamava per nome: 44.787 – Risiera di San Sabba, scritto e diretto da Renato Sarti.
Pensiamo di fare cosa utile ai nostri lettori riproporre ampi stralci della recensione pubblicata su queste pagine nella stagione 2015/16
TEATRO DELLA COOPERATIVA
FINO AL 2 FEBBRAIO

I ME CIAMAVA PER NOM 44.787

testo e regia Renato Sarti
da testimonianze di ex deportati raccolte da
Marco Coslovich e Silva Bon per l’Irsrec FVG
con Nicoletta Ramorino, Ernesto RossiRenato Sarti e Irene Serini
brani musicali Alfredo LacosegliazMoni Ovadia
foto e video Miran Hrovatin, Alessio Zerial, VideoestIrsrec FVG
produzione Teatro della Cooperativa
si ringrazia Mario Sillani

I ME CIAMAVA PER NOME 44.787

RISIERA DI SAN SABBA: LA FABBRICA DEGLI ORRORI

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[…]

“La Risiera di San Sabba a Trieste, un grande complesso di edifici dello stabilimento per la pilatura del riso – costruito nel 1898 nel periferico rione di San Sabba – venne utilizzato dall’occupatore nazista come campo di prigionia provvisorio per i militari italiani catturati dopo l’8 settembre 1943 (Stalag 339). Verso la fine di ottobre, esso venne strutturato come Polizeihaftlager (Campo di detenzione di polizia), destinato sia allo smistamento dei deportati in Germania e in Polonia e al deposito dei beni razziati, sia alla detenzione ed eliminazione di ostaggi, partigiani, detenuti politici ed ebrei. La Risiera fu l’unico campo di “eliminazione” in Italia. L’edificio del forno crematorio e la connessa ciminiera vennero distrutti con la dinamite dai nazisti in fuga, nella notte tra il 29 e il 30 aprile 1945, per eliminare le prove dei loro crimini, secondo la prassi seguita in altri campi al momento del loro abbandono. Tra le macerie furono rinvenute ossa e ceneri umane raccolte in tre sacchi di carta, di quelli usati per il cemento. Calcoli effettuati sulla scorta delle testimonianze danno una cifra tra le tre e le cinquemila persone soppresse in Risiera. Ma in numero ben maggiore sono stati i prigionieri e i ”rastrellati” passati dalla Risiera e da lì smistati nei lager o al “lavoro obbligatorio”.

Ho voluto riportare queste righe pubblicate sul sito della Risiera di San Sabba per permettere al lettore di comprendere  quanto la messa in scena delle testimonianze raccolte da Marco Coslovich e Silva Bon per l’IRSML di Trieste e fatte testo da Renato Sarti sia necessariamente dura, aspra, un pugno alla bocca dello stomaco. Una messa in scena in cui gli attori coinvolti spesso non riescono a simulare la tensione, una sorta di evidente repulsione che viene continuamente trasmessa al pubblico che non può non essere duramente coinvolto dalla narrazione di quella che è una delle tante bestemmie, spesso purtroppo collocate in spazi ristretti della memoria collettiva, contro l’uomo.

Sin dall’inizio, la lettura a giro tra i quattro interpreti di alcuni nomi delle vittime della ferocia nazifascista, lo spettatore si accorge che non può essere una serata come un’altra trascorsa seduti sulle poltrone di un teatro. Si è subito inchiodati da questo teatro-documento di testimonianza da cui, a volte, soprattutto nelle letture al femminile […] si leva una sorta di canto amaro di coinvolgente intensa umanità.

Non solo d’effetto scenico il finale in cui, mentre gli attori lasciano il palco, appare sullo schermo la scritta “In certi casi il silenzio è più forte di qualsiasi applauso”. Il pubblico rimane in silenzio, seduto, fermo nelle sue poltrone, per qualche minuto è una sorta di riflessione collettiva che dissipa anche l’imbarazzo di non avere ringraziato con l’applauso i quattro attori attesi invano alla ribalta. Una scelta registica azzeccata e condivisibile.

Adelio Rigamonti