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MR PÙNTILA E IL SUO SERVO MATTI

(Visto al Teatro Elfo nella stagione 2015/16)

immagine schedaDi Bertoldt Brecht – Regia di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia

In occasione della ripresa all’Elfo dell’ottimo allestimento di “Mr Puntila e il suo servo Matti” pubblichiamo integralmente la recensione scritta su queste pagine nella stagione 15/16. Da non perdere.

 

MR PÙNTILA E IL SUO SERVO MATTI

AL SERVIZIO DEL TEATRO

 

Sul palco della  sala Shakespeare del Teatro Elfo Puccini è in scena Mr Pùntila e il servo Matti di Bertolt Brecht. Una produzione Teatro dell’Elfo, regia e scene di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia. Si tratta del primo Brecht dell’Elfo e per questo incontro con il grande tedesco hanno scelto un testo leggero, comico e, spesso, frizzante, “Mr Pùntila e il servo Matti” la sua commedia forse più divertente, attuale per via delle graffianti allusioni al nostro presente, allusioni quasi tutte contenute già nel testo.

Opera che mi risulta essere stata poco rappresentata in Italia e sicuramente estranea alla grande “epopea” streheleriana giunge fresca in un allestimento piacevole e che quando sarà completamente rodato, ma basta veramente poco (un’aggiustatina ai tempi a metà del primo atto e poco altro) diventerà un’altra perla della ricchissima collezione dell’Elfo.

All’origine del testo si può intuire con buona facilità l’indimenticabile trovata del film di Chaplin “Luci della città”: il magnate buono, umano, espansivo e generoso quando è ubriaco perso; crudele, barbaro, snaturato e brutale quando sobrio. Tal’è Pùntila interpretato alla grande da un sempre in palla Ferdinando Bruni, abilissimo nel prestare attenzione anche alle piccole sfumature di questo personaggio, che per molti versi, può ricordare il “doppione” del dottor Jeckyil e Mister Hide.

Il “succo” dello spettacolo è ben sintetizzato nel programma di sala: “Pùntila da sobrio è un tiranno che vessa i suoi dipendenti, sfrutta i suoi operai  e vuole dare la figlia Eva in moglie a un diplomatico inetto e a caccia di dote, mentre, quando è ubriaco, diventa amico di tutti e vuol far sposare Eva al suo autista Matti, che tratta su un piano di parità. Sfortunatamente le sbronze passano sempre…”. Matti, alla fine, si ribella e smaschera le promesse menzognere e le false bontà ed aperture.

Tutto ciò è contenuto in uno spazio scenico, firmato dagli stessi registi Bruni e Forgia, che è una sorta di arena, una sorta di teatro nel teatro, in cui pendono animali squartati e sparsi sul terreno sacchi di denaro, una scenografia indovinata sempre pronta a ricordare il kitch, l’arroganza e la violenza del capitalismo.

Pùntila e Bruni sono inscindibili: il tumultuosamente espansivo “fraterno” e la carogna indicibile sempre in alternate equilibrio in un personaggio che non riesce mai a divenire antipatico. Riesce a immettere con facilità e spontaneità sorrisi e risate nel pubblico. Difficile tenere testa a un Bruni così e, con qualche palese difficoltà, gli riesce, un paio di gradini di sotto, Luciano Scarpa nel ruolo di Matti. Credo che ciò sia inevitabile data la struttura del testo brechtiano.

Simpatica Elena Russo Arman che si disimpegna con bravura nel ruolo della figlia ereditiera imbottita di, quasi sempre, ben azzeccati rimandi alle “oche” di Hollywood.

Tra gli altri interpreti brava Corinna Agustoni che durante la cena del fidanzamento sorregge con talento e bravura la Marinelli nell’esilarante contrasto, apparentemente estraneo a tutto quanto succede intorno, su come “trattare” i funghi.

Che dire infine di Ida Marinelli, nel doppio ruolo di Emma e Laina, splendida come sempre e ancora una volta trascinatrice quando si ritaglia cammei attoriali di grande efficacia: all’inizio del secondo tempo il racconto della storia di Ati giovane comunista e di sua madre riesce davvero a commuovere e a far riflettere. Affiatato tutto il resto della compagnia, nuovi e vecchi “elfi”.

Intriganti le musiche originali di Paul Dassau arrangiate da Matteo De Modana, che speso esegue direttamente in scena. I costumi di Gianluca Falaschi rimandano agli anni immediatamente successivi alla fine della prima guerra: marsina e cilindro per il capitale, toppe e rappezzi per la servitù.

Adelio Rigamonti